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In memoria di Carlo

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In memoria di Carlo

Da Lia

26 anni fa io e mio marito ci trovavamo in Etiopia, a Bonga. Mi ero ammalata gravemente per un brutto tifo addominale e stavo per “passare a miglior vita”. In un momento di veglia, vidi davanti a me due profondi grandi occhi blu e una lunga barba. Pensai di trovarmi davanti a san Pietro: era il dottor Carlo Spagnolli. Mi salvò la vita e diventammo come una famiglia. Abbiamo viaggiato molto e le nostre famiglie sono cresciute insieme. Abbiamo realizzato 5 film, tra cui “I giganti del bene”, distribuito in tutto il mondo con il titolo inglese “Heroes without Capes”, eroi senza mantello, proprio come era lui. Abbiamo condiviso tante battaglie, portando avanti decine di progetti come la nascita della cardiologia in Zimbabwe, insieme al dr. Bonmassari e altri. Ricordo questo in particolare, perché è nato dal suo primo infarto: ad Harare non si trovava neppure una bombola d’ossigeno. Così, una volta recuperato, ha pensato che tutti lì avrebbero dovuto avere accesso a un ambulatorio di cardiologia. Aveva a cuore la formazione dei medici africani, la crescita di una sanità africana. Si batteva contro la corruzione e alzava la voce per difendere i più fragili: non restava neutrale, prendeva sempre le parti di chi era in svantaggio. Fu un vero “padre dell’Africa”, un punto di riferimento per una moltitudine di persone.La sua generosità era infinita: nei viaggi la sua valigia era come il cilindro di un prestigiatore, conteneva regali per tutti,  e per ognuno il regalo giusto, mistero mai svelato. Il suo entusiasmo per la vita, la curiosità, l’amore, erano travolgenti, contagiavano chiunque. Come il giorno sul lago Vittoria, su un piccolo motoscafo con la sua figlioccia Lily Ayarowa (oggi dirigente del turismo ugandese): lei allora aveva dato vita a un centro di raccolta per scimpanzé feriti su un isoletta a 3 ore di viaggio via acqua. Carlo voleva a tutti i costi riprende il tramonto in quel piccolo paradiso e così tornammo al buio, in un’acqua piena di movimenti strani…Raccontava spesso le difficoltà incontrate dopo il matrimonio con Angelina, uno dei primi matrimoni misti in Trentino. A celebrarlo in Uganda fu padre Italo Piffer, che oggi ricorda le corse per inseguire il toro per il banchetto, che si era dato alla fuga. Un amore grande il loro, che ha superato discriminazioni e difficoltà, e coronato nei figli Elisa, Giovanni e Francesco. In viaggio non si lamentava mai e ci portava a scoprire mondi nascosti. L’ho visto commuoversi più volte di fronte all’altrui sofferenza. Negli ultimi anni, indebolito, aveva contribuito alla nascita di Aurora Vision, perché credeva nella necessità di comunicare la solidarietà e sensibilizzare alla fratellanza. Non si perdeva una proiezione e ci aiutava con indicazioni importanti. I nostri giovani collaboratori vedevano in lui una stella polare.
Carlo era un umanista, un uomo di immensa cultura e preparazione in tanti campi: la medicina, la politica, la storia, la botanica, la geologia, l’astronomia, la geografia. Salvò migliaia di vite umane: a partire dalle ferite da freccia in Uganda, dai proiettili in Eritrea e dall’AIDS in Zimbabwe. Carlo era uomo del futuro, mai rivolto indietro, se non per imparare dalla storia: il suo impegno ecologista era partito decenni addietro, con atti concreti come favorire la nascita di diversi parchi naturali in Africa. Carlo era un vero missionario, con un cammino di fede profonda e mai scontata; leggeva tutta la teologia disponibile, attirato da scrittori come Bonhoeffer. Ogni povero era al centro della sua attenzione e delle sue cure, per ognuno riservava una parola particolare. Carlo era un uomo della sua terra, un alpinista in contemplazione della montagna, attirato da vette e rocce: si accendeva di luce quando si trovava in Brenta o ai piedi del monte Rosa. Carlo era il più bel gigante del bene che il Trentino ha regalato al mondo.


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